Selettività Alimentare e Autismo

Selettività Alimentare e Autismo La selettività alimentare si riferisce ad un comportamento alimentare atipico che porta i soggetti a differenziare i cibi secondo criteri differenti che possono riguardare non solo il sapore, ma anche il colore, la consistenza o il semplice odore di quel determinato cibo. Nei soggetti autistici,  la selettività alimentare spesso si combina con ritualità e fissità,  e ciò rende ancora più marcato questo tratto.


Sebbene non sia un criterio diagnostico dell’autismo, la selettività caratterizza buona parte dei soggetti appartenenti allo Spettro autistico. Secondo alcuni dati del “Bambin Gesù”, infatti,  ben il 50% di soggetti autistici ne soffre e anche la mia esperienza di ricerca e di lavoro con questi soggetti lo conferma. Inoltre la selettività alimentare non si riscontra in maniera prevalente a seconda della forma dello spettro: può caratterizzare tanto un basso funzionamento quanto un Asperger.

In alcuni casi la selettività è incentrata sul sapore alcuni cibi che provocano vero e proprio disgusto al soggetto. A volte la sola vista, il riconoscimento della forma, la presenza a tavola, la sola entrata nel campo visivo di un alimento ritenuto disgustoso, può creare reazioni negative.  In tali casi le abitudini alimentari di tutta la famiglia potrebbero finire per essere condizionate.

Quando invece la selettività è legata a colore o odore, a volte si riesce a mitigare leggermente il problema frullando i cibi o mischiandoli ad altri.

Quando la selettività alimentare riguarda la consistenza del cibo, una tecnica vera e propria da utilizzare è quella del “fading”. Tale tecnica si basa sul frullare e diluire il cibo, per poi aumentarne gradualmente la consistenza, dopo avere stabilito un livello di consistenza di partenza, un livello di consistenza finale (il nostro obiettivo) e la tempistica necessaria per operare il passaggio graduale.

Alcuni soggetti invece sviluppano la selettività sugli accostamenti piuttosto che sui singoli ingredienti utilizzati per la preparazione delle pietanze. Per esempio un bambino può adorare mangiare i fagioli con a fianco un piatto di pasta, ma può non tollerare che vengano mischiati insieme.

Un figlio con selettività alimentare incide fortemente sulla percezione della gravità della patologia da parte di chi se ne prende cura. In effetti il genitore vive in maniera particolarmente ansiosa questo tratto autistico ed è minato proprio in uno dei suoi compiti fondamentali: nutrire il figlio. L’unico suggerimento che mi sento di dare è  quello di farsi supportare per contenere e controllare gli stati d’ansia derivanti da tale comportamento. Immaginate che già il bambino si trova di fronte ad uno stimolo particolarmente stressante (un cibo che lo infastidisce ) e che in più coglie tutta l’ansia (giustificatissima), dei genitori. Un caos!

Uno dei ragazzini Asperger che seguo ha da sempre manifestato una forte selettività. Per Tommy bastava cambiare marca di un determinato ingrediente per arrivare ad un suo radicale rifiuto del cibo (ad esempio adorava pasta e lenticchie, ma bastava cambiare marca di lenticchie per fargli rifiutare il cibo). In passato, prima dell’inizio delle terapie, i caregiver, non appena Tommy rifiutava un cibo, si ingegnavano a prepararne altri, in preda all’ansia, e si finiva per cucinare qualsiasi piatto si pensasse andar bene.  Ad oggi per Tommy questa selettività estrema non esiste più. Tommy è comunque selettivo ma non più nella maniera estremamente severa riscontrata in passato.

Come siamo arrivati a questo risultato?  Un punto fondamentale è stata la gestione dell’ansia dei genitori i quali, inconsapevolmente, finivano per rinforzare la selettività del bambino. È stata poi fondamentale la terapia che ha introdotto, lentamente ed al tempo di Tommy, l’inserimento (anche solo sulla scena) di alimenti. Spesso mi vengono chiesti dei consigli, soprattutto via mail, sulle tecniche da attuare per casi simili. In realtà ci sono dei suggerimenti generali, alcuni li potete estrapolare da questo articolo,  ma  c’è un “lavoro su misura” per ogni singolo bambino. Si parte da dati clinici precisi per arrivare all’elaborazione di un trattamento specifico “ad personam”, adottando manovre che possono essere diverse caso per caso e rispettando una tempistica modellata sul soggetto.

Informazioni su Rosaria Ferrara

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