Non per forza, ma per gioco

Non per forza, ma per gioco: come favorire l’emersione di differenti abilità nei piccoli con autismo

Troppo spesso si sente dire rispetto a bambini dello spettro autistico o con “atipie” dello sviluppo, che devono “per forza” acquisire una serie di abilità.  Sicuramente un set di abilità che riguardano l’autonomia, la sicurezza, le regole sociali ed altri ambiti devono essere acquisite, ma non “per forza” bensì “per gioco”!

Finalmente anche in Italia si inizia a registrare una tendenza incoraggiante: arrivano a visita bambini sempre più piccoli. Questo ci permette di agire con loro in un momento dello sviluppo in cui la plasticità cerebrale è massima ed  in cui l’apprendimento passa tanto attraverso il gioco.  Non sempre alcune terapie si ricordano dell’importanza del gioco come mezzo princeps per l’apprendimento. Iniziare un gioco vuol dire iniziare un’attività piacevole ma con REGOLE, in cui il terapeuta si allea al bambino come vero e proprio partner in grado di veicolare piacere, coinvolgimento e regole.

Perchè insegnare tramite il gioco?

In primis al bambino arriva un linguaggio divertente, non minaccioso ed in grado di coinvolgerlo. Con il gioco si insegnano i gesti comunicativi non verbali come l’indicazione di un oggetto o di una persona, il sorriso, il saluto. L’acquisizione di questi gesti non verbali avviene in contesti naturali in cui i desideri e le preferenze del bambino svolgono un ruolo determinante nel senso che ogni situazione comunicativa non verbale deve essere insegnata sulla base dei gusti del bambino (ad esempio utilizzando i giocattoli preferiti del bambino, o rimanendo nell’ambiente da lui preferito). In questo ambito anche le stereotipie e le “creazioni” del piccolo possono essere utilizzate come aperture verso il sociale e non vanno approcciate come inutili espressioni da correggere.
Altro step è l’imitazione motoria, durante i giochi il terapeuta mostra al bambino come poter maneggiare un gioco in maniera naturale e senza imposizioni. L’imitazione motoria si estende in seguito al volto e alla bocca, per favorire l’imitazione dei suoni linguistici.

Anche la sensorialità può essere fortemente coinvolta e modificata tramite il gioco. Un esempio: un bambino che prova schifo per una serie di cibi e sostanze viscide, non è detto che si tiri indietro davanti alla possibilità di disegnare e “pasticciare” con schiuma da barba o prodotti simili! In questo modo facciamo interagire il bambino con una sostanza che normalmente eviterebbe, trasformandogli una sensazione poco piacevole in un divertimento.

È fondamentale trovare un certo piacere e gusto nel giocare con i bambini, quindi sbizzarritevi a trovare idee che piacciano ad entrambi.

Più che buon lavoro, vi auguro buon gioco!

Per info e contatti: 320-3161748

Pubblicato in Adolescenza, Autismo, Diagnosi, Infanzia, Trattamento | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Autismo ed attenzione: spunti pratici

L’attenzione nei bambini autistici è solitamente labile, poco duratura e viene indirizzata solo su alcune attività/oggetti/suoni e non su aspetti che comunemente richiamano l’attenzione dei bambini.

L’attenzione nei bambini autistici è utilizzata in maniera del tutto particolare.

I bambini con autismo guardano il partner quando sono impegnati in uno scambio ad esempio come nel fare il solletico, quando si lancia una palla, quando hanno un’interazione giocosa.  Tuttavia, essi non sono in grado di usare l’attenzione condivisa, ovvero non alternano lo sguardo tra il partner e l’oggetto, se non in situazioni in cui richiedono l’aiuto dell’adulto per ottenere un oggetto o un’ azione. Questo cosa comporta? Che il bambino appartenente allo spettro autistico “perde” una serie di occasioni di apprendimento che andranno ricreate ad hoc.

La maggior parte dei bambini appartenenti allo spettro sono interessati agli oggetti e trascorrono molto del loro tempo manipolandoli e giocandoci, se questo è vero per il vostro bambino, allora sarà un ponte che vi faciliterà nel vostro lavoro sull’attenzione.

I materiali altamente attraenti e le attività di gioco motivano i bambini ad interagire con gli adulti e la forte motivazione aiuta l’apprendimento.

Ma siamo veramente sicuri di sapere cosa gradisce un bambino con autismo?

Trascorrete del tempo ad osservarlo e guardate cosa predilige durante i seguenti sei tipi di attività[1]:

1 Gioco con un giocattolo o un oggetto

2 Gioco sociale

3 Pasti

4 Cure quotidiane

5 Attività con i libri

6 Attività domestiche

Anche se gli interessi del vostro bambino sono inusuali, non sono “nella norma” o sono particolarmente assorbenti e ripetitivi ricordatevi che sono interessi, e voi potete utilizzarli per degli apprendimenti.

Immaginiamo di avere davanti un bambino, Claudio, interessato solo ed esclusivamente alla manipolazione di alcuni animaletti. Istintivamente chiunque proverebbe ad offrire altri giochi e materiali, ma il bambino potrebbe continuare a non essere interessato. Che fare? Arrendersi? Assolutamente NO! Osservando più approfonditamente Claudio, la madre nota che il piccolo sorride nel momento in cui viene solleticato. A questo punto la madre non si  preoccupa più di sostituirgli gli animaletti, ma  invece solleva le mani e muove le dita ogni volta che dice la parola “solletico” ed instaura una routine giocosa con il piccolo.  Quando Claudio si rilassa nel gioco, perde il controllo,  allenta la presa degli animaletti e sua madre può condurlo a nuove esperienze di apprendimento. Quando siamo nello Spettro autistico e ci imbattiamo in un problema, non dobbiamo focalizzarci su quello specifico aspetto, ma dobbiamo pensare a tutto quello che “accompagna” quel comportamento.

Tanti apprendimenti avvengono perché il bambino osserva e poi imita, la comunicazione sociale avviene  mediante l’osservazione dell’altro.

Ecco perchè  vogliamo che i bambini ci guardino, che il contatto oculare sia più frequente  e che il bambino metta a fuoco il nostro volto, le nostre espressioni, la bocca che articola il linguaggio. È importante trovare una serie di posizioni che facilitino  il “faccia a faccia” tra caregiver e bambino:  seduti è perfetto, ma se il bambino dovesse avere problemi si potrebbe approfittare del cambio di pannolino. Questi momenti possono essere utilizzati per iniziare dei giochi con le mani, e con le canzoncine che aiutano la costruzione di linguaggio.

Rispetto all’attenzione del bambino, l’ambiente fisico può costituire una potente attrazione. Osservando attentamente vostro figlio potrete scoprire quali sono gli “attrattori” che andranno, poi, allontanati per permettere  a voi ed al vostro bambino di giocare serenamente con corpo e voce!

Buon lavoro!

Se volete maggiori informazioni, contattatemi pure http://www.diagnosi-autismo.it/contatti/.

 

[1] Per approfondimenti

Rogers S.J., Dawson G., Vismara L. A., 2012, Un intervento precoce per il tuo bambino con autismo, Hogrefe.

Pubblicato in Autismo, Infanzia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Disturbo Ossessivo Compulsivo nei bambini, come riconoscerlo e come intervenire.

Disturbo ossessivo compulsivo nei bambini, ecco come si può presentare.

Il DOC, disturbo ossessivo compulsivo, è un disturbo che compromette fortemente la qualità di vita di chi ne soffre e può insorgere anche durante l’infanzia o l’adolescenza. Il profilo più comune di un bambino che soffre di DOC è quello di un individuo con solitamente poche amicizie, molto ansioso  e timoroso di esporsi, che dedica un tempo consistente della sua giornata ad ossessioni e compulsioni. Le ossessioni non sono semplici preoccupazioni, bensì pensieri intrusivi potenti che affliggono il soggetto: possono riguardare la paura di essere contaminati, di aver fatto qualcosa di sbagliato, di non prendere una giusta decisione, solo per fare alcuni esempi. In adolescenza, poi, le ossessioni possono riguardare anche questioni sessuali e religiose. Le compulsioni, invece, sono l’attuazione di una serie di comportamenti che il bambino “deve” compiere per potersi disangosciare. Le compulsioni hanno regole e modalità stereotipate e quindi vanno eseguite sempre nello stesso modo, possono essere, ad esempio, toccare sempre determinati oggetti, lavarsi sempre le mani, dire una certa frase prima di un’azione.

Differenza tra DOC e Sindrome di Asperger

Si comprende, quindi, come possa essere difficile per i bambini con disturbo ossessivo compulsivo stringere amicizie con i coetanei, da sempre fonte di imprevedibilità. Ma diagnosticare un DOC ad un bambino o ad un adolescente non è cosa semplice. Molte volte il DOC, infatti, è facilmente confuso con la Sindrome di Asperger (un disturbo che rientra nello spettro autistico che interferisce sulle abilità sociali del soggetto). Ma cosa ci può aiutare a capire se si tratta di un disturbo ossessivo compulsivo o della Sindrome di Asperger?  In primis dobbiamo tener conto che la sindrome di Asperger insorge nella prima infanzia, un DOC, solitamente, non ha un esordio così precoce. Inoltre i soggetti Asperger hanno interessi ristretti e svolgono attività ripetitive. Ad esempio un Asperger potrebbe parlarci sempre della stessa questione (tecnologia, sistema solare..)  ed essere assorbito da attività riguardanti i suoi interessi. Un bambino con DOC non ha questa ristrettezza di  interessi ed attività, può essere inibito nel comportamento, ma ha comunque un più ampio ventaglio di interessi. Naturalmente questa diagnosi deve essere fatta da un esperto!

Ma ora torniamo al nostro bambino con DOC, come poter riconoscere un disturbo ossessivo compulsivo in un bambino?

Possiamo cogliere alcuni segnali come:

eccessivo perfezionismo

pensieri che irrompono condizionano ed angosciano il bambino

la comparsa di rituali specifici

eccessiva importanza attribuita alle conseguenze delle proprie scelte o azioni

dipendenza dal nucleo familiare

 

Non bisogna scordarsi, poi, che il bambino a differenza dell’adulto, non ha consapevolezza dell’irragionevolezza dei propri pensieri. Va quindi rassicurato ed aiutato a parlarne con un esperto.

Che fare? Come intervenire?

È importante intervenire tempestivamente quando si coglie un DOC in un bambino, sia perché il disturbo interferisce particolarmente con la qualità di vita del bambino, sia perché il disturbo ossessivo compulsivo si cronicizza radicandosi e caratterizzando poi l’adolescente e l’adulto. Sarà cura dello specialista psicologo fare un’accurata diagnosi e proporre un percorso al minore ed ai genitori per poter attenuare e modificare il disturbo, riconsegnando al bambino ed alla famiglia la meritata spensieratezza.

Pubblicato in Adolescenza, Infanzia, Trattamento | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Autismo e gioco

Il gioco nell’autismo è un’attività fondamentale per più motivi.

In primis è anche attraverso il gioco, l’osservazione del modo di giocare del bambino, che si ci può accorgere di una qualche anomalia dello sviluppo. Inoltre è il gioco ad essere al centro dei trattamenti per i bambini con autismo: il bambino stabilisce, esercita e migliora in una nuova relazione le sue abilità sociali e di linguaggio. È fondamentale ricordarsi che il gioco deve essere “seduttivo” per il bambino, ma anche qualcosa che gli dia “soddisfazione” e sia in grado di sostenere. È inoltre importante, per il bambino, acquisire una certa “padronanza dei giochi”: non dobbiamo, quindi, avere fretta che apprenda, che si ci sposti verso altri obiettivi.

Nei bambini con autismo, il gioco segue altri tempi e ritmi rispetto ai coetanei normodotati (è rallentato o molto veloce), è privo  degli aspetti simbolici, del “far finta” (solitamente il gioco è ripetitivo, stereotipato, ma non ci sono giochi in cui dei personaggi intraprendono storie con ruoli specifici). Molte volte si crede che il gioco, strutturare attività di gioco in terapia sia qualcosa di secondario, che potrebbe “togliere tempo” all’apprendimento del linguaggio. Invece proprio in situazioni poco stressanti emergono maggiormente le parole con un fine comunicativo.

Con il bambino con autismo, quindi, si gioca partendo ed accogliendo le sue preferenze, ma allo stesso tempo si struttura e si orienta il gioco di modo che possa essere un mezzo per raggiungere una serie di obiettivi.

Gli obiettivi vengono scelti in base all’osservazione del gioco libero ed alle interviste con i genitori. Mano a mano che il bambino diventa “esperto” in alcune attività ludiche, può essere utile l’inserimento ed il coinvolgimento di un pari che può dare l’opportunità al bambino di rispondere ad offerte sociali di un pari, di imparare da un coetaneo, di interagire in maniera soddisfacente con un pari. Nella scelta del compagno, è utile tener conto che il coetaneo sia socialmente competente così da poter essere flessibile all’interno del setting ed essere un modello per il bambino.

gioco bambini autistici

I giochi da poter fare e di materiali da poter utilizzare sono molteplici.

Ad esempio si può giocare con le palle così da sollecitare l’attenzione congiunta, l’imitazione, lo scambio di turni.   È molto frustrante, inizialmente, giocare con i bambini autistici perché una serie di comportamenti che si ci aspetta, non ci sono. Ecco che lanceremo la palla, ma il bambino non la rilancerà. È importante sia essere dotati di tante palle/palline così da non interrompere la routine giocosa, sia di pazienza: i tempi di un bambino autistico sono completamente differenti rispetto a quelli che ci aspettiamo!

Per i bambini verbali, invece, si suggeriscono molto i giochi con “copione” in cui i bambini/ragazzi interpretano un ruolo con l’aiuto del terapeuta. Personalmente ritengo molto utile, con i soggetti verbali ma anche con i non verbali, fare delle esperienze fuori al setting classico di terapia: perché dover provare un copione se quel copione può essere “sperimentato” in strada col bambino? Può essere più utile andare in un bar, al parco, al supermercato ed interagire con gli altri, piuttosto che provare dei copioni.

 

Per info e contatti http://www.diagnosi-autismo.it/contatti/

Pubblicato in Autismo, Infanzia, Trattamento | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Asperger: Al via i “Gruppi di socializzazione” a Roma e Salerno

socializzazioneLa socializzazione e gli Asperger sono un connubio particolare, avvolto in una nube di falsi miti.  Per chi avesse poco chiaro il concetto di Asperger potremmo sintetizzarlo dicendo che è una sindrome che fa parte dello spettro autistico, caratterizza soggetti con un quoziente intellettivo nella media o superiore ma che hanno difficoltà nelle relazioni sociali. Si presentano come abitudinari con un numero ristretto di interessi, ma quei pochi interessi sono particolarmente assorbenti per il soggetto.

Asperger e socializzazione

Non è vero che gli Asperger non vogliono socializzare, ma è vero che hanno difficoltà a farlo. C’è anche una difficoltà ad appassionarsi o anche solo ad inserirsi in discussioni riguardanti argomenti che non siano i loro interessi principali.

Principalmente per un soggetto Asperger la lettura dei comportamenti degli altri è sempre incerta. A ciò consegue una certa “goffaggine” sociale che porta l’Asperger a rispondere in maniera a volte fuori luogo.  Inoltre, la ripetizione di scambi sociali “infelici”, da una parte accresce l’ansia,  da un’altra facilita un certo isolamento dei piccoli aspie che, dopo una serie di scambi non positivi, tendono ancora di più ad isolarsi..

Ragazze e ragazzi Asperger

L’espressione di questa sindrome si può presentare in maniera diversa tra uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini e bambine. Una caratteristica che sembrerebbe caratterizzare più che altro le ragazze Asperger è il rifugiarsi nella fantasia, l’immergersi in un mondo immaginario parallelo ed alternativo a quello reale.

Anche il poco interesse che i soggetti Asperger mostrano per la moda, il modo di vestirsi, può notarsi di più su una donna che su un uomo, in quanto socialmente si ci aspetta da una donna, più che da un uomo, che “segua la moda”. La difficoltà a socializzare, invece, si accetta di più per una ragazza e molto meno per un ragazzo, favorendo la diagnosi degli Asperger maschi, ma finendo per sottostimare il numeri di ragazze Asperger.

I laboratori sulle abilità sociali: la giusta terapia per piccoli e ragazzi Asperger.

All’interno di questa cornice e sotto la mia supervisione, vengono inaugurati a Roma e a Salerno  i laboratori per favorire la socializzazione e l’inclusione nel territorio di soggetti Asperger. L’intento dei laboratori è di favorire la socializzazione non solo permettendo ai partecipanti di sperimentare le proprie abilità e competenze sociali, ma creando degli spazi di condivisione come uscite sul territorio, in grado di dare un taglio pragmatico al lavoro con gli Asperger. I bambini, i ragazzi che si aggiungeranno a questi laboratori lavoreranno direttamente con  la psicologa che li guiderà in una serie di attività semistrutturate. Lo scopo degli incontri è di vivere una serie di situazioni sociali che generalmente creano ansia nei piccoli asperger e supportarli ad affrontarle con maggiore tranquillità.

Incontri così strutturati permettono un cambiamento delle abitudini, delle interazioni sociali, rappresentando una vera e propria opportunità di cambiamento ed interazione col territorio.

Chiunque voglia saperne di più sull’iniziativa dei laboratori e come partecipare ai “Gruppi di Socializzazione per Asperger”, può scrivere a rosaria.ferrara@unil.ch o consultare l’area “contatti”.

Pubblicato in Adolescenza, Autismo, Trattamento | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Selettività Alimentare e Autismo

Selettività Alimentare e Autismo La selettività alimentare si riferisce ad un comportamento alimentare atipico che porta i soggetti a differenziare i cibi secondo criteri differenti che possono riguardare non solo il sapore, ma anche il colore, la consistenza o il semplice odore di quel determinato cibo. Nei soggetti autistici,  la selettività alimentare spesso si combina con ritualità e fissità,  e ciò rende ancora più marcato questo tratto.


Sebbene non sia un criterio diagnostico dell’autismo, la selettività caratterizza buona parte dei soggetti appartenenti allo Spettro autistico. Secondo alcuni dati del “Bambin Gesù”, infatti,  ben il 50% di soggetti autistici ne soffre e anche la mia esperienza di ricerca e di lavoro con questi soggetti lo conferma. Inoltre la selettività alimentare non si riscontra in maniera prevalente a seconda della forma dello spettro: può caratterizzare tanto un basso funzionamento quanto un Asperger.

In alcuni casi la selettività è incentrata sul sapore alcuni cibi che provocano vero e proprio disgusto al soggetto. A volte la sola vista, il riconoscimento della forma, la presenza a tavola, la sola entrata nel campo visivo di un alimento ritenuto disgustoso, può creare reazioni negative.  In tali casi le abitudini alimentari di tutta la famiglia potrebbero finire per essere condizionate.

Quando invece la selettività è legata a colore o odore, a volte si riesce a mitigare leggermente il problema frullando i cibi o mischiandoli ad altri.

Quando la selettività alimentare riguarda la consistenza del cibo, una tecnica vera e propria da utilizzare è quella del “fading”. Tale tecnica si basa sul frullare e diluire il cibo, per poi aumentarne gradualmente la consistenza, dopo avere stabilito un livello di consistenza di partenza, un livello di consistenza finale (il nostro obiettivo) e la tempistica necessaria per operare il passaggio graduale.

Alcuni soggetti invece sviluppano la selettività sugli accostamenti piuttosto che sui singoli ingredienti utilizzati per la preparazione delle pietanze. Per esempio un bambino può adorare mangiare i fagioli con a fianco un piatto di pasta, ma può non tollerare che vengano mischiati insieme.

Un figlio con selettività alimentare incide fortemente sulla percezione della gravità della patologia da parte di chi se ne prende cura. In effetti il genitore vive in maniera particolarmente ansiosa questo tratto autistico ed è minato proprio in uno dei suoi compiti fondamentali: nutrire il figlio. L’unico suggerimento che mi sento di dare è  quello di farsi supportare per contenere e controllare gli stati d’ansia derivanti da tale comportamento. Immaginate che già il bambino si trova di fronte ad uno stimolo particolarmente stressante (un cibo che lo infastidisce ) e che in più coglie tutta l’ansia (giustificatissima), dei genitori. Un caos!

Uno dei ragazzini Asperger che seguo ha da sempre manifestato una forte selettività. Per Tommy bastava cambiare marca di un determinato ingrediente per arrivare ad un suo radicale rifiuto del cibo (ad esempio adorava pasta e lenticchie, ma bastava cambiare marca di lenticchie per fargli rifiutare il cibo). In passato, prima dell’inizio delle terapie, i caregiver, non appena Tommy rifiutava un cibo, si ingegnavano a prepararne altri, in preda all’ansia, e si finiva per cucinare qualsiasi piatto si pensasse andar bene.  Ad oggi per Tommy questa selettività estrema non esiste più. Tommy è comunque selettivo ma non più nella maniera estremamente severa riscontrata in passato.

Come siamo arrivati a questo risultato?  Un punto fondamentale è stata la gestione dell’ansia dei genitori i quali, inconsapevolmente, finivano per rinforzare la selettività del bambino. È stata poi fondamentale la terapia che ha introdotto, lentamente ed al tempo di Tommy, l’inserimento (anche solo sulla scena) di alimenti. Spesso mi vengono chiesti dei consigli, soprattutto via mail, sulle tecniche da attuare per casi simili. In realtà ci sono dei suggerimenti generali, alcuni li potete estrapolare da questo articolo,  ma  c’è un “lavoro su misura” per ogni singolo bambino. Si parte da dati clinici precisi per arrivare all’elaborazione di un trattamento specifico “ad personam”, adottando manovre che possono essere diverse caso per caso e rispettando una tempistica modellata sul soggetto.

Pubblicato in Autismo, Infanzia, Trattamento | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

ASD and intact executive functioning

ASD

Ho pubblicato di recente un articolo sulla rivista “La Clinica Terapeutica” su autismo e funzioni esecutive intatte e voglio condividere con voi l’abstract.

Buona lettura!

Autism Spectrum Disorder and intact executive functioning

di R. Ferrara, F. Ansermet, F. Massoni, L. Petrone, E. Onofri, P. Ricci, T. Archer, S. Ricci


Abstract

Earliest notions concerning autism (Autism Spectrum Disorders, ASD) describe the disturbance in executive functioning. Despite altered definition, executive functioning, expressed as higher cognitive skills required complex behaviors linked to the prefrontal cortex, are defective in autism. Specific difficulties in children presenting autism or verbal disabilities at executive functioning levels have been identified. Nevertheless, the developmental deficit of executive functioning in autism is highly diversified with huge individual variation and may even be absent. The aim of the present study to examine the current standing of intact executive functioning intact in ASD. Results: Analysis of ASD populations, whether high-functioning, Asperger’s or autism Broad Phenotype, studied over a range of executive functions including response inhibition, planning, cognitive flexibility, cognitive inhibition, and alerting networks indicates an absence of damage/impairment compared to the typically-developed normal control subjects. Conclusions: These findings of intact executive functioning in ASD subjects provide a strong foundation on which to construct applications for growth environments and the rehabilitation of autistic subjects.

Ecco il link della rivista

http://www.seu-roma.it/riviste/clinica_terapeutica/apps/autos.php?id=1583

Pubblicato in Autismo | Lascia un commento

Diagnosi: punto di arrivo o di partenza?

diagnosiDiagnosi: Autismo! Il coraggio di chiederla e di accettarla.
La comunicazione della diagnosi ai genitori è vissuta in maniera del tutto differente a seconda di chi la riceve: per alcuni è una conferma di tanti sospetti, per altri è un qualcosa di inaccettabile, per tutti è una doccia fredda!

La diagnosi è il primo punto di arrivo per il genitore che ha deciso di chiederla e per lo specialista che ha il compito di formularla. Essa racchiude il lavoro congiunto di raccolta e selezione delle informazioni significative, l’analisi approfondita dei segni e dei sintomi, il risultato dell’esecuzione di test, la valutazione del livello di severità. Da tutto ciò deve seguire l’assunzione della responsabilità di un responso che segnerà il percorso di vita del paziente e della sua famiglia.

La comunicazione della diagnosi è un momento particolarmente intenso per i genitori. Per me è importante far sentire che sono lì con loro, che non sono da soli e che ci sarà sempre un supporto per aiutare il figlio.

Consapevolezza
Alcuni genitori arrivano già con dei sospetti riguardo all’appartenenza del figlio allo spettro autistico. Anche se preparati all’eventualità di ricevere un tale tipo di notizia, il  momento successivo alla comunicazione della diagnosi è simile a quello in risposta ad un lutto: dall’incredulità, alla rabbia, lo sconforto e poi l’elaborazione. Un percorso del genere può richiedere anche anni.

Negazione
Alcuni genitori si autoconvincono che il figlio non abbia niente, negando anche l’evidenza dei sintomi. Ci si accorge di qualche ritardo ma sono sicuri che crescendo tutto potrà essere recuperato, tutto passerà col tempo, purtroppo lasciando spesso passare mesi-anni rispetto alla prima insorgenza dei sintomi.
Con queste premesse, raccogliere i dati durante gli incontri di valutazione è difficile perché i ritardi vengono omessi o sminuiti. Per contro le abilità del minore vengono maggiorate, esaltate, non dando un quadro corrispondente alla realtà. In questi casi la comunicazione della diagnosi diventa ancora più straziante e soprattutto può servire a poco. In genere viene contestata, negata e il processo di elaborazione può durare anche anni.

Accettazione della diagnosi
La diagnosi non ha nessun valore se rifiutata dal genitore. Il momento in cui il genitore accetta la diagnosi è quello più importante, il suo vero punto di partenza. In quel momento il genitore prende veramente coscienza del problema. E’ quello il punto di confine superato il quale può prendere per mano il proprio figlio e aiutarlo in maniera più costruttiva ed efficace, andando insieme nella giusta direzione per affrontare le sfide dello spettro autistico.
A partire da quell’istante tutto avrà un senso. Ad esempio, lo scatto di rabbia improvviso del figlio verrà letto con un significato completamente diverso, perché farà focalizzare l’attenzione sulla causa che lo ha scaturito e darà una spiegazione al gesto.

Voglio porre enfasi sui due importanti ostacoli che un genitore deve superare:

  • Chiedere una diagnosi: se si hanno dubbi importanti sullo stato del proprio figlio, bisogna trovare il coraggio e rivolgersi subito ad uno specialista.
  • Accettare la diagnosi: questo è ancora più importante in quanto generalmente coincide con  l’inizio del trattamento. Lo psicologo può aiutare a ridurre la distanza temporale che separa la comunicazione della diagnosi dalla sua accettazione, ma è il genitore in prima persona che deve fare un lavoro interiore per raggiungere questo suo importante obiettivo.

Comunicare la diagnosi al figlio
A quale età si può iniziare a comunicare al figlio qualcosa della diagnosi? Sembrerebbe che il tempo migliore sia quello delle scuole elementari: i bambini ancora non hanno un’idea della “diversità” così strutturata. Al contempo iniziano a notare delle differenze tra sé e gli altri ma non ancora così marcate come lo saranno in seguito, durante l’adolescenza. Può essere utile cogliere le prime domande del bambino sui propri comportamenti, su episodi che mettono in luce le sue difficoltà e cogliere l’occasione per iniziare a parlare dello spettro autistico.

Una diagnosi non deve per forza essere comunicata per intero, potrebbe finire per intimorire il bambino. Comunicarne alcuni aspetti e caratteristiche potrebbe invece essere utile. Per esempio si può sottolineare che una determinata difficoltà dipenda da un disturbo ma che esistono strategie per smussarla, e ciò può rassicurare ed attivare il bambino.

A volte si crea un’identificazione schiacciante alla diagnosi che può limitare in maniera importante gli avanzamenti del percorso riabilitativo. In che modo? Si ci identifica con il “disabile”, “l’autistico”, “l’Asperger”, quello con cui più di tanto non vale la pena sforzarsi che “tanto è inutile”. Questo grave errore può essere commesso dal bambino, da figure dell’ambiente familiare o anche dal corpo docente. Anche di fronte ad un “etichetta diagnostica”, (è bene ricordarci che c’è n’è almeno una per ognuno di noi), non dobbiamo mai scordarci di uno dei paradossi della plasticità cerebrale: siamo determinati per essere indeterminati ! Il nostro cervello è in continua modificazione, tutto si conserva ed al contempo tutto si modifica favorendo il nostro cambiamento nonostante le nostre “etichette”.

Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli Autismo: diagnosi precoce, come trovare una psicologa brava a Roma zona parioli

Pubblicato in Autismo, Diagnosi | Lascia un commento

Asperger! La diagnosi di Tommy

aspergerAsperger: riprendiamo il caso di Tommy, bambino bizzarro che frequenta la V elementare. Nel precedente articolo sono state introdotte le particolarità di questo bambino. Tutti le attribuivano ad una stranezza o maleducazione del piccolo, nessuno aveva avanzato l’utilità di una diagnosi.

Ricapitoliamo brevemente le caratteristiche emerse: Tommy da subito ha dimostrato di essere un bambino “diverso”. Sin dai primi giorni dopo la nascita il pianto del bambino è descritto come straziante, ininterrotto. Il piccolo ha da sempre allontanato chiunque gli andasse vicino. Anche oggi (all’inizio della cura) non sopporta il contatto fisico, non richiede né concede carezze, baci, o altre forme di “coccole”. Nel parlare di lui i genitori lo descrivono come “ossessivo” e non è in grado di fermare il flusso del parlato finché non arriva alla conclusione. E’ pignolo, abitudinario, non in grado di socializzare ed integrarsi nel gruppo di pari.

Anche il rapporto con l’alimentazione è caratteristico, sono pochi i cibi di cui tollera la presenza e l’odore. La maggior parte del tempo la impiega al pc o con i “dispositivi” , cioè la Nintendo ed altre apparecchiature elettroniche dalle quali è molto difficile separarlo. Il rapporto con gli altri è sempre strumentale e finalizzato all’ottenimento di qualcosa di suo interesse, sia con gli adulti che con i coetanei. Spesso i genitori sono percepiti come cattivi e con dei tratti persecutori. Il tema principale delle discussioni di Tommy è la tecnologia, i video su youtube, il computer.

Il processo diagnostico è qualcosa di estremamente delicato e complesso, quanto riportato di seguito sono solo delle piccole riflessioni di una diagnosi che è stata approfondita ed ha impiegato del tempo. Non è possibile riassumere un processo diagnostico in un articolo divulgativo, mi auguro semplicemente di far passare qualche spunto di riflessione valido, (spero), soprattutto per chi vive questi bambini quotidianamente.

Ma quali sono state alcune delle ipotesi che mi hanno spinta verso una diagnosi di Asperger?

  • In primis l’assenza di delirio ed allucinazione, pur con la presenza di un pensiero a volte di stampo persecutorio. Nel caso di Tommy è assente l’altro persecutore vis-à-vis dal quale proteggersi o del quale vendicarsi, un delirio, infatti, ha bisogno di più coordinate per essere tale: un’iniziativa che viene dall’esterno, l’ individuazione di un persecutore, una certa logica evolutiva.
  • La presenza del concetto di sameness, descritto da Kanner, secondo il quale un soggetto nello spettro vive in un mondo in cui l’immutabilità è fondamentale ed i cambiamenti non sono tollerati. Su di un soggetto psicotico le spiegazioni non sortiscono un grande effetto, mentre sui soggetti dello spettro lo possono sortire.
  • La pervasività, nel tempo e nello spazio, della passione per la tecnologia.
  • L’assenza di dimestichezza con le relazioni e la socialità. Quando ci si trova a risolvere un problema relazionale, si fanno prima alcune considerazioni fra se e se. Prima di parlare si pensa ad elaborare frasi adeguate, scegliere opportunamente le parole per evitare di offendere o ferire qualcuno. Questo generalmente non avviene per gli Asperger e per Tommy non avveniva.

Queste ipotesi cliniche sono state vagliate con l’utilizzo di una batteria testologica composta da:

Le matrici di Raven sono un test per la misura del quoziente intellettivo in soggetti non verbali.

L’ADI-R è un’intervista strutturata che si svolge unicamente con i genitori, una sorta di anamnesi dei sintomi riscontrati.

L’ADOS-2 è un’interazione standardizzata con il soggetto, in cui l’esaminatore propone dei giochi, attività o temi di discussione al bambino. L’ADOS-2 dà la possibilità all’esaminatore di osservare la presenza o l’assenza di innumerevoli caratteristiche:

  • stereotipie,
  • manierismi,
  • aperture sociali,
  • verbalizzazioni,
  • interessi sensoriali,
  • … solo per dirne alcune!

Un breve consiglio: accertatevi che chi fa diagnosi abbia frequentato i corsi appositi per l’utilizzo dell’ADI e dell’ADOS che sono due strumenti preziosi, ma anche molto complessi da utilizzare.

Alla fine di questo iter, anche i punteggi ottenuti ai test mostrano un’appartenenza di Tommy allo spettro autistico in accordo con quanto avevo colto dai colloqui con lui ed i genitori. Insomma Tommy ha (finalmente?) ricevuto una diagnosi: Asperger!

Cosa cambia? Sicuramente tutta una serie di comportamenti ed ansie non sono più “enigmatiche”. Ora possono essere lette come segni e sintomi di una sindrome specifica.

Insieme con la famiglia, poi, abbiamo impostato un lavoro terapeutico che aiutasse Tommy ed i genitori. Scriverò prossimamente un articolo dedicato sul trattamento.

Pubblicato in Autismo, Diagnosi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento